Violenza di genere, Covelli: “insegnare il valore del consenso”

Convegno rete internazionale Ispettori giustizia, la capo Ispettorato Generale Maria Rosaria Covelli (Credit: Ministero della Giustizia)
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Prevenire, proteggere e accompagnare. Sono le parole che definiscono l’essenza della tutela delle vittime per Maria Rosaria Covelli, presidente dell’Osservatorio permanente sulla violenza di genere del Ministero e a capo della Corte d’Appello di Napoli.

Nonostante i passi avanti sul fronte della repressione, molto resta ancora da fare sul piano dell’educazione. Che non riguarda solo i cittadini, ma anche gli operatori del diritto e i media. Nel trattare i casi di violenza di genere c’è ancora una sottovalutazione del linguaggio utilizzato, che oscilla tra la vittimizzazione secondaria e la spettacolarizzazione del dolore.

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La presidente della Corte d’Appello di Napoli sarà ospite della due giorni di approfondimenti dal titolo “Il femminicidio e le violenze di genere”. Il 24 e 25 ottobre a Matera, esperti, magistrati, avvocati e professori universitari rifletteranno su diverse sfaccettature del fenomeno: dal rapporto tra linguaggio, violenza e diritto, alle forme invisibili della violenza; dalla normativa europea in materia alle reti tra enti, associazioni e istituzioni per un contrasto efficace. L’iniziativa è frutto della collaborazione tra l’Osservatorio di via Arenula e il Consiglio regionale della Basilicata.

Presidente Covelli, quanto è utile l’approccio multidisciplinare nel contrasto alla violenza di genere?     

Direi indispensabile. Si tratta di un fenomeno complesso, che affonda le sue radici non solo nella devianza individuale, ma anche in fattori culturali, sociali, economici e psicologici. Nessuna disciplina, da sola, può coglierne appieno la natura o garantire una risposta efficace. Per questo è necessario un dialogo costante e strutturato tra magistratura, forze dell’ordine, servizi sociali, psicologi, medici, centri antiviolenza, scuole, università e associazioni del territorio. Solo così si costruisce una rete capace di prevenire, proteggere e accompagnare. Tre parole che, insieme, definiscono l’essenza della tutela delle vittime. La giustizia, nonostante si possa contare su un apparato repressivo altamente funzionante, fra i migliori d’Europa, deve essere accompagnata da un lavoro di prevenzione culturale e di ascolto precoce. L’approccio multidisciplinare, quindi, non è una scelta organizzativa: è un cambio di paradigma, che mette al centro la persona e il suo vissuto.

Su quale fronte ritiene urgente intervenire per tutelare le donne vittime di violenza?

Direi, senza esitazione, quello della prevenzione e dell’educazione. Perché la repressione, pur necessaria e doverosa, arriva sempre dopo. Arriva quando il danno è già stato compiuto, quando la paura, la vergogna o il silenzio hanno già scavato ferite profonde. Nella mia esperienza, ciò che ancora manca nel nostro Paese è un radicamento culturale profondo del rispetto e dell’uguaglianza di genere. La violenza nasce molto prima del reato: nasce da un linguaggio distorto, da modelli familiari diseguali, da stereotipi che ancora oggi attribuiscono ruoli e poteri diversi a uomini e donne. Finché questi modelli non cambieranno, continueremo a rincorrere le emergenze, ma non a prevenirle. Serve un impegno sistemico e continuativo, che parta dalle scuole, dalle famiglie, dai media e dalle istituzioni.

È insomma l’educazione a essere cruciale.

Sì, un’educazione civica e affettiva che insegni il valore del consenso, del rispetto reciproco, dell’ascolto; che formi i giovani non solo come cittadini, ma come persone capaci di riconoscere la dignità dell’altro. E serve una rete istituzionale stabile, che accompagni le vittime in ogni fase – dall’ascolto alla protezione – evitando che si sentano sole o colpevoli. Solo se sapremo unire educazione, prevenzione e giustizia sensibile, potremo costruire un sistema che sappia proteggere e trasformare. È su questo fronte culturale che, a mio avviso, siamo ancora in ritardo – ed è lì che dobbiamo concentrare le nostre energie, perché è lì che nasce il futuro di una società libera dalla violenza.

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Veniamo al linguaggio usato nelle sentenze, che per scarsa conoscenza del fenomeno può essere utilizzato in modo improprio. A quali conclusioni siete arrivati come Osservatorio?

Siamo giunti a una conclusione chiara: le parole contano, e possono ferire quanto un atto di violenza. Abbiamo prodotto un contributo, dal titolo “Linguaggio e violenza di genere nella giurisdizione: un cantiere aperto”, recentemente stampato anche da una casa di reclusione. Il linguaggio giudiziario non è neutro: plasma la percezione della giustizia, influenza la fiducia delle vittime e segna il modo in cui la società legge la violenza di genere. Nel nostro lavoro abbiamo osservato che, troppo spesso, il linguaggio rischia di riprodurre stereotipi culturali: espressioni che attenuano la responsabilità dell’autore, che mettono in dubbio la credibilità della vittima, o che insinuano giudizi morali sulla sua condotta o sul suo stile di vita. Tutto ciò genera vittimizzazione secondaria — una ferita aggiunta a chi si è già trovato a subire una violenza.

In cosa bisogna investire per evitare la vittimizzazione secondaria nelle aule di tribunale?

Credo siano indispensabili formazione, consapevolezza e cultura linguistica. Formazione per magistrati, avvocati, forze dell’ordine e operatori del diritto, affinché le parole diventino strumento di tutela e non di colpevolizzazione. Consapevolezza che ogni parola scritta in una sentenza ha un peso giuridico, ma anche umano e simbolico. E cultura linguistica, perché il diritto, quando parla, educa: il linguaggio giudiziario deve essere rigoroso, ma anche rispettoso e inclusivo.       

Negli ultimi anni ha notato dei cambiamenti positivi nell’approccio al fenomeno?         

Nell’azione giudiziaria sono stati compiuti molti passi avanti, come dimostrano le risposte al questionario che abbiamo sottoposto a tutte le Procure della Repubblica, che hanno evidenziato celerità ed efficacia nella risposta dello Stato. C’è poi più consapevolezza collettiva: oggi la violenza non è più percepita come un fatto privato, ma come una violazione dei diritti umani e un tema di responsabilità pubblica. Le donne denunciano di più, i media ne parlano con maggiore attenzione, e il legislatore ha introdotto norme più incisive: penso al “Codice Rosso”, ai protocolli di protezione immediata, ai percorsi di formazione per magistrati e forze dell’ordine. Anche nel linguaggio giudiziario e istituzionale si avverte un’evoluzione: cresce la sensibilità verso la tutela della vittima e il rispetto della sua dignità.

E invece quali sono gli aspetti critici?

Nonostante la rete normativa si sia rafforzata – sulla pagina web dell’Osservatorio ci sono tutti provvedimenti legislativi sulla violenza di genere – la sua applicazione è ancora disomogenea sul territorio. Mancano risorse, strutture di accoglienza adeguate, continuità nel sostegno psicologico e legale. Troppo spesso, la vittima resta sola tra la denuncia e la decisione, e questo è il punto più fragile del sistema. In sintesi, possiamo dire che il Paese è cresciuto nella coscienza del problema, ma deve crescere ancora nella capacità di risposta. Abbiamo imparato a riconoscere la violenza, ma dobbiamo ancora imparare a prevenirla e accompagnarla con continuità.

Ha parlato del dato positivo dei media più attenti alla violenza di genere. Nota qualche rischio nella narrazione dei casi di cronaca? 

Si può cadere nella spettacolarizzazione del dolore, con il pericolo di una nuova forma di vittimizzazione. La sfida è quindi mantenere alta la luce della consapevolezza.