“C’è una sola umanità”: Ovadia
e la forza del teatro in carcere

Moni Ovadia, "Le Supplici" di Eschilo, teatro antico di Tindari, 24 luglio 2026
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Quando risponde al telefono, Moni Ovadia ha la voce roca, consumata dallo spettacolo. “Ci mancherebbe, per così poco” ci dice, rispondendo al ringraziamento per la breve chiacchierata che concede a gNews.

Sua è la regia de Le Supplici, tragedia di Eschilo, andata in scena venerdì al Teatro antico di Tindari. A salire sul palco insieme ad artisti liberi, 12 detenuti di Messina e di Barcellona Pozzo di Gotto che frequentano il laboratorio teatrale diretto da Daniela Ursino. Lo spettacolo è valso una standing ovation del pubblico.

Oltre a firmare la regia, Ovadia ha vestito i panni di Pelasgo, re di Argo, pronto ad accogliere le 50 supplici in fuga dall’Egitto, per sfuggire a un matrimonio non voluto con i cugini. Una storia peregrina firmata da un pellegrino. Ovadia, nato in Bulgaria, ebreo, si trasferisce in Italia da piccolo. Si destreggia in tutte le arti da sempre, e con la stessa capacità maneggia il caleidoscopio delle culture mediterranee. Nell’adattamento de Le Supplici, la lingua scelta è il siciliano, con contaminazioni greche e arabe.

 

Una prova non da poco per gli attori. Com’è andata?

Sono stati tutti straordinariamente bravi. Quello de Le Supplici è il riallestimento di una messa in scena che facemmo nel 2015 al teatro greco di Siracusa. Il cast era enorme, a Tindari siamo andati in scena in versione ridotta.


E i detenuti attori? Hanno soddisfatto le aspettative?

Sono stati molto partecipi, attenti. Dei veri attori. Per me è stata una bellissima esperienza anche solo poterli conoscere e condividere con loro quei momenti prima di entrare in scena.


I reclusi hanno un qualche valore aggiunto rispetto agli attori liberi?

Hanno avuto esperienze molto forti, e quindi restituiscono sul piano della messa in scena teatrale qualcosa che ha un particolare impatto e una forza espressiva enorme. Il teatro rivela la vita: è vero che è finzione, ma proprio perché è protetto dalla pietas della finzione, permette di rivelare le cose più forti, intime e drammatiche.


Oggi le compagnie di teatro in carcere sono una realtà consolidata.

Ce ne sono varie, sì. Ricordo il lavoro portato avanti a Volterra dal regista Armando Punzo, ha fatto cose straordinarie. Sono esperienze importanti, che credo debbano essere viste da tutti i cittadini, perché si stabilisca un rapporto tra chi è in carcere e chi è fuori.


È la prima volta che lavora con i detenuti?

Sono stato in diverse carceri italiane, o per guardare qualcosa fatto da loro o per degli incontri. Recentemente sono stato a Siena per leggere e ascoltare i loro racconti, alcuni dei quali straordinari, comunque tutti interessanti. Per me conoscerli, anche solo abbracciarli è qualcosa di importante.


Noto una certa “simpatia”, in senso etimologico. La colpisce il mondo carcerario?

Per me l’umanità è una, c’è un solo essere umano su questa terra. A cambiare sono le esperienze, diverse per ognuno di noi. Di fare l’esperienza del carcere può capitare a tutti per tante ragioni. Lo dico sempre ai carcerati: io sono nato da una famiglia ebraica, se fossi nato non nel ’46, ma qualche anno prima, sarei potuto finire in carcere per il fatto di essere ebreo. E le dirò una cosa.


Prego.

La senatrice Liliana Segre, che conosco da tantissimi anni, mi raccontò che quando fu portata con la famiglia nel carcere di San Vittore per poi essere deportata ad Auschwitz, i più partecipi del loro dramma erano proprio i carcerati. Buttavano frutta per il viaggio, oppure piccoli giochini che avevano fatto per i bambini; si affacciavano dai raggi e benedivano queste persone che andavano verso un tragico destino.


Nonostante questi gesti, lo stigma sociale nei confronti dei detenuti resta. Il palcoscenico può aiutare?

Costruire eventi teatrali del genere non solo è giusto, ma permette di mantenere una relazione fra la società che è fuori e la società che è dentro, e questa è un’opportunità per tutti. Il giudizio per un reato lo danno i giudici; le persone fuori devono guardare, conoscere, chiedere eventualmente, ascoltare. Mi ferisce sentir parlare delle condizioni critiche delle carceri. La pena è già la detenzione ma la dignità umana deve rimanere integra e nella titolarità della persona, in due forme, personale e sociale. Mentre quando viene commesso un delitto noi vediamo diritti sospesi – la libertà con annessi e connessi –, la dignità non va toccata. Anche per questo il teatro in carcere è importante.