Scrivere in carcere: i giornali dei detenuti. 3. “carteBollate”

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La redazione di gNews entra in carcere pubblicando gli articoli più significativi delle testate giornalistiche redatte e prodotte dentro i penitenziari: sono 37, in altrettanti istituti.

CarteBollate, diretto dalla giornalista Susanna Ripamonti, è in attività dal 2001, anno di nascita della casa di reclusione milanese. La peculiarità del periodico è la natura ‘mista’ della redazione: a collaborare, infatti, sono 25-30 tra detenute e detenuti. Le riunioni per decidere i contenuti sono due a settimana, separate tra uomini e donne. Ogni mese, invece, c’è una ‘plenaria’ con l’intera redazione. CarteBollate è stampato in 1.200 copie ed è distribuito prevalentemente in carcere, a circa 200 abbonati e ad alcuni addetti ai lavori, tra giornalisti e magistrati di sorveglianza.

L’ultimo numero del periodico qui

 

Quei cassetti della memoria alimentati dal respiro e dai battiti del cuore

Quando avete tempo, riapriteli perché sono parte fondamentale del nostro universo interiore

di Elena Pilan

 

Ho trovato in un rossetto, dentro il fondo di un cassetto tutti sogni… dimenticati là. Poi ho chiuso un’altra porta per rialzarmi un’altra volta e dire sì, io sono ancora qua!”. Iniziava così uno dei molti monologhi per il teatro che ho scritto nel mio lavoro di counselor a mediazione teatrale, dove l’auto-drammaturgia, raccontata attraverso grandi personaggi simbolo di resilienza contro le ostilità della vita, è stata un balsamo per l’anima non solo per le persone con cui lavoravo, spesso donne vittime di violenza domestica, ma anche per me verso quello che è stato il mio di passato.

Quanti cassetti della memoria, del cuore e dell’anima spesso non apriamo perché troppo impegnati a correre per lavoro, fissi sui social, dispersi tra le mille cose futili dell’odierna vita sociale dove il tempo non basta mai e dove mi sentivo spesso dire “quanto vorrei che un giorno durasse 36 ore perché non riesco a fare tutto”, prima che la legge mi riportasse in quel di Bollate. Qui, invece, il tempo è addirittura troppo, spesso statico e fatichi a trovare un modo per sorridere tra le mille dinamiche detentive…ma capita poi, solitamente la notte, quando il vociare di tutti quelli che girano per il femminile si spegne, che, nel ritrovarti in un sano silenzio, riapri quei cassetti di ricordi, sogni e desideri, alcuni avverati, altri in attesa di esserlo oppure che non si avvereranno mai. Quante porte ho chiuso e quante altre me ne sono state chiuse, alcune per scelta altre per forza: come quella del carcere che mi si è chiusa dietro le spalle per forza quando sono entrata, o quella dell’oncologia, per scelta, che mi si è aperta perché avevo vinto il cancro e le chemio erano finite! “Ho ascoltato nel silenzio, del mio cuore ogni suo spazio dando un nome a ogni amara verità; costruito e poi distrutto contro tutti e contro tutto e dire sì, io sono ancora qua”.

A volte ripenso a quella bambina con i riccioli biondi e gli occhi azzurri che giocava al mare di Napoli con i suoi fratelli, ma quando loro non c’erano io non ci potevo andare perché ero troppo piccola, così mia madre mi mise una grande conchiglia nel letto dicendomi che da lì potevo sentire il rumore del mare… beh, io in quella conchiglia non sentivo proprio un bel niente… la sabbia calda sotto i piedi, l’odore di mare e salsedine, l’acqua che mi bagnava le gambe e mi arrabbiavo, non capendo che la sua era protezione nei miei riguardi. Crescendo e col passare degli anni ho poi capito da quel cassetto che cosa significhi proteggere qualcuno a cui vuoi bene, anche e soprattutto con un no! Perché dire sempre di sì è spesso menefreghismo, deleterio e non tutela o significa prendersi cura di qualcuno.

Dentro quei cassetti della memoria ce ne sono tante di amare verità, alle quali però ho dato un nome, quasi come catalogate, analizzate e somatizzate…non tutte. Una di quelle si chiama rabbia, che col tempo e molta fatica ho convertito in lacrime, perché la vita è fatta di cose che si scelgono e altre che si subiscono involontariamente, inermi, impotenti di fronte a quel destino che così ha voluto. Immobile spesso davanti ai sensi di colpa che mi porto dentro il cassetto del cuore, ma oggi non sono più quella bambina coi riccioli biondi e gli occhi azzurri: oggi sono una donna con tante cicatrici, esterne sul corpo. Moltissime interne che piano piano tento di ricucire. “Con i miei pregi e i miei difetti lascio a voi esser perfetti perché io, io sono questa qua!”.

Il silenzio della notte mi aiuta nei ricordi di tutto ciò che è stata la mia vita, un turbinio di costruzione e distruzione, di cadute e rialzate, delusioni e qualche riscatto. Di rimpianti, perché avrei potuto cambiare il corso delle cose, ma non sono perfetta e non lo sarò mai, però con tutti questi cassetti che ho deciso di riaprire, guardo la me di ieri per plasmarla diversa nel domani poiché, se è vero che il destino fa la parte sua, altrettanto vero è che abbiamo, se lo vogliamo, la possibilità di poterlo cambiare almeno nelle scelte personali di qualsiasi natura e genere si parli.

Ne apro un altro e vedo che ho vissuto con la valigia in mano per anni, ho passato Natali e compleanni senza regali e senza genitori, ho giocato nel cortile con i miei amici immaginari e scrollato la polvere di dosso quando cadevo, tra le risate degli altri bambini. Vedo di aver rinunciato alla felicità, se felici si può essere quando non si è liberi dentro. Di aver amato più della mia stessa vita… se vita esiste quando non hai potere di scelta. Di essere rimasta qui da sola, con le mie sole lacrime a farmi compagnia. Ed è facile dire che una donna deve sapersi difendere, che una madre non deve piangere e che non ci si deve arrendere. Facile a dirsi, difficile a farsi, però, specie se sei chiuso in una bolla dove il tuo potere decisionale non è più tuo, ma nelle mani e decisioni altrui per la tua persona. Ciò nonostante, se nel dolore così acuto si può sfiorare la follia è proprio qui che ho capito di potere scegliere, sempre! In un altro vedo di aver resistito e che dopo il dolore di ieri, gli occhi rossi e la schiena piegata c’è tutta la bellezza che è solo nascosta, ma che presto tornerà sul mio cammino, perché io merito di vivere anche qui, dietro a queste sbarre.

Nel richiuderli, quei cassetti, mi accorgo anche di quanti anni mi ci sono voluti per capire che è arrivato il momento di perdonare e perdonarmi, lasciando andare tutto quello schifo che non mi appartiene più, perché io oggi credo in me! Perché io sono una guerriera, libera dentro.

Il monologo teatrale con cui ho iniziato faceva parte dello spettacolo che ho prodotto alla Fabbrica del Vapore e al Teatro Pime di Milano intitolato, Io ci credo, e sapete come finiva? Riapro il cassetto di quel ricordo bellissimo… “E ho imparato a dire no, che poi è diventato sì, oggi sono io… bellissima così! Con il sole anche d’inverno, paradiso e mai più inferno è un incanto me!”.

Quando avete tempo, anche poco che sia, riapriteli quei cassetti interiori, perché sono parte fondamentale di quell’universo che ognuno di noi ha dentro, autoalimentato dal respiro e dai battiti del cuore di tutti.

 

 

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