Liberi di scegliere, Di Bella: “Chance di cambiamento anche per i boss”

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I boss di mafia, oltre al cognome, tramandano a figli e nipoti un contesto di vita inquinato alla radice, che impedisce a ragazze e ragazzi scelte libere. Ma le mafie senza eredi hanno vita breve. Ed ecco l’intuizione: se agli eredi fosse data una prospettiva diversa? Roberto Di Bella, presidente del tribunale per i minorenni a Catania, è il padre di “Liberi di scegliere”, che negli anni ha aiutato 200 tra ragazze e ragazzi e 34 donne provenienti dalla criminalità organizzata a ricostruirsi una vita. Le madri sono divenute collaboratrici o testimoni di giustizia. E anche 3 importanti boss, dopo gli interventi a tutela dei figli, hanno deciso di collaborare.

Di Bella è l’inventore di una prassi giudiziaria efficace. Partita dal tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, consiste, anzitutto, nella sospensione temporanea della responsabilità genitoriale e nell’allontanamento dei giovani dai contesti criminali, con il supporto di enti qualificati del terzo settore. La prassi diventa protocollo nel 2017, e si estende negli anni agli uffici giudiziari di Catania, Napoli, Palermo, Catanzaro e Milano. In via Arenula, il 26 marzo 2024, alla presenza del guardasigilli Carlo Nordio, il protocollo viene ampliato: oltre alla Presidenza del Consiglio dei ministri e a diversi Ministeri, vi aderiscono l’associazione “Libera” di don Ciotti, la Conferenza episcopale italiana e altre realtà associative. “Liberi di scegliere” è ora legge: è stata approvata al Senato ieri pomeriggio, all’unanimità. Ne parla a gNews proprio Roberto Di Bella.

 

Una legge approvata da tutte le forze politiche. È soddisfatto?

Sono molto contento, è segno che “Liberi di scegliere” non divide ma unisce. Ringrazio il Ministero – oltre al Guardasigilli, il sottosegretario Andrea Ostellari e il capo Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità Antonio Sangermano -, per il supporto in questi anni. A livello parlamentare, hanno dato un contributo rilevante la presidente della Commissione antimafia, Chiara Colosimo, e la componente della Commissione e già vicepresidente di Libera, Vincenza Rando.

Quali sono le principali novità della legge?

Anzitutto, un semplice protocollo viene esteso a tutti gli uffici giudiziari italiani. Il provvedimento poi agevola alcune procedure, come il cambio del cognome da parte delle donne provenienti da contesti di mafia, anche se non inserite in specifici programmi di protezione. Sono inoltre previsti assistenza economica, prospettive di recupero e reinserimento dei giovani con le loro madri, e servizi di supporto psicologico.

Da dove nasce l’idea di “Liberi di scegliere”?

Ho visto sfilare nelle aule dei tribunali per i minorenni, a Reggio Calabria prima e a Catania poi, tanti ragazzi che potevano avere una vita diversa dalla carcerazione. Mi sono trovato a processare prima i padri, poi i figli appartenenti ai contesti mafiosi. Quella cultura si eredita all’interno della famiglia, nel contesto locale in cui si nasce. Ecco perché abbiamo deciso di prevenire anziché reprimere, intervenendo con provvedimenti come la sospensione temporanea della responsabilità genitoriale e l’allontanamento di ragazze e ragazzi.

La parte più delicata riguarda le misure sulla responsabilità genitoriale.

È una decisione presa caso per caso. Se i genitori collaborano, li reintegriamo nella responsabilità genitoriale. Si tratta di provvedimenti temporanei, con cui cerchiamo di stimolare la responsabilità di queste persone. I figli toccano corde emotive profonde e abbiamo visto tante persone cambiare.

C’è stato un momento preciso in cui ha pensato che “Liberi di scegliere” stava dando i suoi frutti?

Il momento di svolta è stato quando le mamme ci hanno chiesto aiuto per poter andare via dalla Calabria, dalla Sicilia. Siamo entrati all’interno delle famiglie di ‘ndrangheta e di mafia, come forse mai nessuno era riuscito a fare, facendo leva sulla sofferenza. All’interno della criminalità organizzata si vive male: i ragazzi stanno male, le madri sono donne provate dai lutti, dalle continue carcerazioni. Quando vedono uno spiraglio, prospettive differenti, danno delle grandi risposte. Riscontri importanti provengono anche dagli stessi detenuti al 41-bis. Tre di loro sono diventati collaboratori di giustizia proprio dopo i nostri interventi su figli e nipoti. Alcuni, pur non pentendosi, stanno incoraggiando mogli e figli ad andare via dai contesti di mafia. Addirittura, a Catania, qualche anno fa un boss, nonno di cinque nipoti, mi ha scritto e ringraziato per l’intervento sui ragazzi. Ha deciso di pentirsi.

Oltre al piano giudiziario, su quali altri livelli interviene “Liberi di scegliere”?

Ovviamente c’è bisogno di una logica di rete. Con l’aiuto di assistenti sociali, educatori, psicologi, volontari antimafia, cerchiamo di far capire a questi ragazzi che la violenza non è affatto uno strumento di risoluzione delle controversie. Ma anche che c’è parità di diritti tra uomo e donna, perché quelle mafiose sono realtà in cui la cultura patriarcale è ancora radicata. Vogliamo aprire i loro orizzonti culturali per renderli, appunto, liberi di scegliere.