Scrivere in carcere: i giornali dei detenuti. 6. “Diversamente liberi”

FacebookTwitterWhatsAppEmailCopy Link

La redazione di gNews entra in carcere pubblicando gli articoli più significativi delle testate giornalistiche redatte e prodotte dentro i penitenziari: sono 37, in altrettanti istituti.

Nato nel 2016, il mensile d’informazione sociale “Diversamente liberi”, scritto e prodotto nell’istituto a custodia attenuata di Eboli, è arrivato al 120° numero. Diretto dalla giornalista Vitina Maioriello, è composto da 13 redattrici e redattori. Dal 2021, “Diversamente liberi” è multimediale: gli articoli del periodico si possono anche ascoltare su Spotify – quando è possibile, con le voci di chi li ha scritti.

I numeri sono disponibili sul sito dell’associazione di promozione sociale “Mi girano le ruote”.

L’ultimo numero

 

Il carcere spiegato a un bambino.

di Antonio Falco

Immagina un posto dove le persone vanno quando hanno fatto qualcosa di molto sbagliato, non è un posto cattivo, e non è nemmeno un posto dove si va per sempre; è un luogo dove si prova a capire gli errori e a diventare migliori. Questo posto si chiama “carcere”! Il carcere è un po’ come una “scuola molto severa”, un “collegio” dove però non si studiano solo i libri, si studia soprattutto la vita. Le persone che stanno lì devono imparare a non fare più del male agli altri e a se stesse, devono imparare a rispettare le regole, a controllare la rabbia, a pensare prima di agire.

È difficile, ma è possibile. Le celle, dove dormono i detenuti, sono come “piccole stanze chiuse”, non sono belle, non sono comode, ma servono a ricordare che la libertà è preziosa, quando non puoi uscire, capisci quanto è importante camminare dove vuoi, vedere chi vuoi, abbracciare chi ami. È un po’ come quando un bambino viene messo in castigo: non è per punirlo soltanto, ma per fargli capire cosa ha sbagliato; nel carcere ci sono anche tante persone che lavorano per aiutare gli “ospiti”, sono gli agenti che controllano che tutto sia sicuro, gli educatori che parlano con i detenuti e li aiutano a trovare una strada nuova e ci sono i volontari, che portano attività, libri, parole gentili, sono come “lampadine accese” in una stanza buia non fanno sparire il buio, ma lo rendono meno spaventoso.

Le giornate in carcere sono tutte un po’ uguali, si mangia, si lavora, si studia, si aspetta, l’attesa è lunga, a volte sembra non finire mai, è come guardare fuori dalla finestra quando piove e sperare che torni il sole, ed è proprio in quell’attesa, piano piano le persone non tutte però, cambiano. Io, per esempio penso ai miei cari, ricordo le belle esperienze passate con loro e ho capito cosa ho perso. Alcuni scoprono talenti che non sapevano di avere: scrivere, disegnare, cucinare, ascoltare gli altri, il carcere non è un posto dove si va per essere cancellati, ma dovrebbe essere, e a volte lo è, un posto dove si prova a “ricominciare”.

Certo, non tutti ci riescono, e non sempre è facile, ma molti, quando escono, vogliono vivere meglio, lavorare, stare con la famiglia, non fare più del male.

Così ho provato a spiegare a mio figlio Cristian, nella sua fragilità di adulto bambino dove trascorre il tempo il suo papà: “Il carcere è un posto dove le persone come Me vanno per imparare a diventare migliori, è un posto dove si pensa tanto, si sbaglia ancora, ma si prova anche a cambiare. È un posto dove aspetto il giorno in cui potrò tornare a casa e fare le cose nel modo giusto”. E questa, alla fine, è la speranza più grande.

Allegati