Scrivere in carcere: i giornali dei detenuti. 7. “Astrolabio”

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La redazione di gNews entra in carcere pubblicando gli articoli più significativi delle testate giornalistiche redatte e prodotte dentro i penitenziari: sono 37, in altrettanti istituti.

“Astrolabio” è da 17 anni il giornale del carcere di Ferrara. La redazione del bimestrale, diretto da Vito Martiello e coordinato da Mauro Presini, è composta da circa dodici persone detenute. Da alcuni anni, nell’ambito del festival di Internazionale, la redazione organizza un incontro aperto ai cittadini che desiderano ascoltare e dialogare. Sono 500 le copie che vengono stampate e distribuite gratuitamente in carcere e nelle principali librerie della città. Le copie digitali vengono inviate invece a scuole, biblioteche, enti locali, associazioni, giornalisti, magistrati, persone interessate.

Tutti i numeri sono disponibili sul sito del bimestrale

L’ultimo numero qui

 

Così cadranno le catene

di Claudio Gasperini

 

Anni fa, in carcere si poteva notare come ad entrare ed uscire fossero sempre le stesse persone detenute. La cosa fa riflettere, non tanto sul fallimento del sistema carcerario, ma anche come discriminazione che può vivere lo stesso detenuto una volta libero; questa può portare all’emarginazione e quindi al mancato reinserimento nella società. Occorre eliminare la probabilità di reiterare il reato. Mi spiegherò meglio: la sicurezza sociale non è data dalla certezza della pena ma dalla certezza del recupero. 

Come dicevo sopra sono sempre gli stessi che entrano ed escono di prigione; una volta fuori ci si dimentica tutto e si sopravvive con le proprie risorse ma se non si hanno le basi per un lavoro, una formazione, un’esperienza lavorativa o basi di riferimento familiari si torna a reiterare il reato.

Non basta solo il lavoro materiale, ma serve fare, in carcere, un lavoro su se stessi che comprende una crescita: nel corpo, nell’anima e nello spirito. 

Bisogna smettere di considerare eroi quelli che commettono i reati più elevati a livello criminoso ma soprattutto bisogna venire allo scoperto per “guarire”: cambiare prima noi.

Bisogna curare l’anima poi il corpo e la mente. Una buona occasione sono le iniziative dell’area pedagogica con educatori e psicologi; incontri che distolgono dalla routine delle azioni ordinarie e risvegliano la volontà per poi poter dipingere i propri pensieri su qualcosa di produttivo per sé.

Lo stesso gruppo del giornale è un gruppo di profonda riflessione, di discussione e di confronto sui problemi che si vivono all’interno dell’istituto e su come affrontarli.

In questi gruppi il detenuto viene allo scoperto perché può parlare di se stesso, senza essere così giudicato, confrontandosi con altri che come lui hanno avuto la stessa esperienza di reato e di dipendenza da sostanze.

In questo modo può avere il coraggio di gettare la maschera perché si rivede in altri oppure raccoglie buoni consigli per affrontare il percorso carcerario senza cadere in depressione ma vedendo uno spiraglio di luce.

C’è bisogno di ricostruire il proprio futuro su basi sincere in modo da ripristinare il rapporto familiare a volte spezzato dalla mancanza di fiducia che si crea con la dipendenza.

Ci vuole tempo per riconquistarla presso i vicini, il datore di lavoro, i nonni e i genitori, ecc. L’importante è non perdere mai la fiducia in se stessi. 

Il nostro valore non viene determinato dai nostri errori (errare è umano) ma dal valore che esprimiamo.

A volte ci si droga perché non ci si conosce a fondo ma la droga lascia ancora più vuoti dentro noi stessi e con il vuoto intorno c’è soltanto “solitudine”.

Riempire se stessi, conoscersi e riconoscersi in ciò che ci piace fare nella vita, questo ci dà pace e sicurezza; riempire la parte interiore spirituale, perché sembra così impalpabile parlarne ma in realtà è così in contrasto con la parte materiale che diviene effimera.

Sono le fondamenta per non crollare durante le difficoltà della vita e non ricadere nella dipendenza dalle sostanze. La “galera” è dentro di noi. Bisogna prendere coscienza che bisogna cambiare già qui in carcere; è anche una nostra responsabilità e non possiamo delegarla alle istituzioni.

Don Oreste Benzi diceva: “L’uomo non è il suo errore”.

Prendiamo coscienza che abbiamo commesso reati e noi non siamo le uniche vittime; pensiamo anche alla sofferenza che abbiamo creato alle vittime dei nostri reati, solo così la crescita e la consapevolezza si completa in noi.

Questo è il cambiamento basilare per essere limpidi, veri, sinceri e cambiare in noi il senso di giustizia. Affrontare con responsabilità un cambiamento vero è avere una visione obiettiva sulla questione; cambiare prospettiva, ammettere le proprie responsabilità, valorizzando le risorse che abbiamo in noi.

Nessuno nasce delinquente e nessuno deve morire tale! Una persona recuperata non è più pericolosa. Investiamo su un mondo migliore con la volontà e la fiducia, un cambiamento che sicuramente avviene insieme coltivando la speranza come comunità e società.

Vinciamo l’indifferenza e apriamo uno spiraglio di luce nelle mura dell’isolamento carcerario. 

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