Scrivere in carcere: i giornali dei detenuti. 8. “Voci di ballatoio”
28 Luglio 2026
La redazione di gNews entra in carcere pubblicando gli articoli più significativi delle testate giornalistiche redatte e prodotte dentro i penitenziari: sono 37, in altrettanti istituti.
Dalla casa circondariale di Velletri esce “Voci di ballatoio”. Nato nel 2024, è scritto da una redazione composta da 20 persone detenute e coordinata dai formatori Paola Anelli e Nicolò Sorriga. Il giornale è frutto del laboratorio “Altri giornali”, attivo nell’istituto dal 2009 e promosso dall’associazione ‘La Farfalla’, con l’obiettivo di dare tutte le competenze per preparare e gestire un prodotto editoriale.
La rivincita del parkinsoniano
Il carcere raccontato da chi convive ogni giorno con il morbo di Parkinson
di Roberto A.
La rivincita del parkinsoniano non è il titolo di un film di Clint Eastwood, ma solo la sintesi di ciò che si prova quando si è soli in carcere con una malattia degenerativa che ti fa da compagna. Una malattia degenerativa attacca gradualmente le cellule del cervello, che inviano ordini errati al corpo. Un tipico esempio è il tremolio incontrollato delle mani. Io sono affetto dal morbo di Parkinson, ma non preoccupatevi: non è contagioso!
È cominciato dalla mano destra e, in nove anni, è arrivato alla caviglia destra, con qualche incursione sul lato sinistro. Ma non voglio affliggervi oltre con le sintomatologie. Allora, dove eravamo? Oddio, non è che c’ha pure l’Alzheimer? Ora ricordo: cosa prova in carcere un Parkinsoniano.
Intanto hai il privilegio di vedere tutte le albe, ma di romanticismo c’è ben poco: quattro ore di sonno per notte, a causa di quelle dannate gocce che tutto fanno tranne che farti dormire. Ma puoi cambiarle solo con una richiesta scritta e aspettando l’approvazione certificata del mio medico specialista. Già non troppo lucido per il breve sonno, devi stare attento a non alzarti troppo rapidamente: potresti avere un piccolo mancamento e cadere malamente. L’igiene e la vestizione sono un altro bel test. Se la mano trema, ci saranno inconvenienti sin dalle operazioni di pulizia, intima o dentale, in un bagno da dividere in quattro persone. Nella vestizione i tempi sono un po’ più lunghi: abbottonarsi camicia e pantaloni, mettersi ciabatte e scarpe, meglio senza lacci. Ma se proprio non riesci a fare veloce, devi lasciare l’abbigliamento “civile” che avevi pensato e abdicare alle orribili tute extra large.
Si evita di salire su scalette o sgabelli per prendere quel detersivo, proprio quello messo in alto. Anche se ce lo chiede il cellante, piegato a pulire il pavimento, devi considerare il rischio di cadere e tirarti indietro. Poi c’è il bucato, che sembra non finire mai. Sono sostanzialmente sconsigliabili tutte le attività che richiedono precisione e agilità manuale, equilibrio, eccetera. Nelle situazioni normali, quando il detenuto malato opera con direttive precise, non ci sono problemi. A prima vista, quindi, sembra una vita solo leggermente più complicata di quella che conducevo da “civile”, se non ci fossero due differenze, dapprima trascurabili, che però stravolgono il quadro.
La prima è che il sistema si regge sul mutuo soccorso tra detenuti, fatto di figure e mansioni che alleggeriscono il carico di lavoro del personale. Si parla di “piantone”, “cellanti” – i detenuti con cui condivido la cella – con mansioni di addetti alla spesa o alla lavanderia, eccetera, che, costretti dal bisogno, ricevono minuscoli corrispettivi. Se tali compiti fossero svolti dal personale interno “pagato”, i costi generali delle carceri salirebbero di circa il 10%. Tali figure sono utili a prescindere e diventano determinanti per la sopravvivenza del Parkinsoniano.
La seconda è che il Parkinsoniano in carcere non può scrivere e quindi non esiste. Ogni comunicazione tra amministrazione e detenuti avviene per iscritto, usando moduli prestampati o carta libera. Sono validi per l’acquisto del cibo, per gli appuntamenti con educatori, psicologi e medici, per le richieste all’area amministrativa, per i procedimenti, fino all’istanza per richiedere un cuscino. Soprattutto, va scritta a mano anche la mail all’avvocato e alla compagna. Ma se il detenuto non può scrivere a mano?
Per i moduli semplici ci si può far aiutare dal piantone o dai cellanti, sperando siano sempre disponibili. Quando si tratta di istanze particolari o da trasmettere con urgenza, si potrebbe poter contare su una tastiera non collegata al web. Si potrebbero scrivere così istanze o mail in pochi minuti e non in ore. Questo vale solo ai fini pratici, ma investe lo scopo stesso del sistema carcerario.
L’espiazione della pena punta al riconoscimento del reato commesso da parte del condannato, il quale, se vuole usufruire dei benefici, deve compiere un percorso di reinserimento nella società. Questo avviene mediante vari canali: il conseguimento di un titolo di studio, l’ottenimento di un lavoro, lo svolgimento di attività sociali, associazioni e quanto altro indicato dall’educatore di riferimento. Ma è concreto un percorso di questo tipo per un Parkinsoniano o per chi ha una malattia neurodegenerativa? Se riesce a contattare un datore di lavoro, come immaginate un colloquio di selezione svolto a distanza senza videoconferenze e senza scambio di mail? Assumereste qualcuno con queste modalità, sostanzialmente leggendo solo un curriculum?
La conclusione è che la permanenza di malati affetti da patologie degenerative nelle carceri è possibile solo a condizione che si possa contare sul mutuo soccorso dei compagni di cella. Questo, però, non può essere garantito per sempre, perché i compagni cambiano e, anche quando non cambiano, possono maturare sentimenti diversi verso i malati. Si cancella così il diritto-dovere al reinserimento del Parkinsoniano nella società civile, condannandolo una seconda volta. Ma si sa: la vita è uno stato mentale.